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01. La distruzione di Gerusalemme

Libro - Il gran conflitto


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01. La distruzione di Gerusalemme

« Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi. Poiché verranno su te de' giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata » Luca 19: 42-44.

Dall'alto del monte degli Ulivi, Gesù contemplava Gerusalemme. Bella e soffusa di pace era la scena che si apriva dinanzi al suo sguardo. Era il tempo della Pasqua, e da ogni parte i figli d'Israele erano convenuti per la celebrazione della grande festività nazionale. I maestosi palazzi e i massicci bastioni della città si ergevano in mezzo ai giardini, ai vigneti, ai pendii verdeggianti tinteggiati dalle tende dei pellegrini, sullo sfondo delle colline degradanti a terrazze. La figlia di Sion sembrava dire, con orgoglio: « Io seggo regina e non conoscerò mai il lutto », tanto appariva bella allora e tanto era sicura del favore del cielo, come lo era stata secoli prima quando il Salmista cantava: « Bello si erge, gioia di tutta la terra, il monte di Sion, dalle parti del settentrione, bella è la città del gran re » Salmo 48: 2. Di fronte si ergevano, dominatori, i magnifici edifici del tempio. I raggi del sole morente facevano scintillare i suoi muri di marmo, rifulgere l'oro delle sue porte, della sua torre e dei suoi pinnacoli. « La perfetta bellezza » era il vanto della nazione giudaica. Quale israelita poteva contemplare una simile visione senza provare un brivido di gioia e di ammirazione? Eppure i sentimenti di Gesù erano ben diversi. San Luca scrive: « E come si fu avvicinato, vedendo la città, pianse su lei » Luca 19: 41. In mezzo al tripudio generale per la sua entrata trionfale, mentre rami di palma venivano agitati, grida di « Osanna! » risvegliavano l'eco delle colline e migliaia di voci lo proclamavano Re, il Redentore del mondo fu sopraffatto da un profondo senso di tristezza. Egli, il Figlìuolo di Dio, il Promesso d'Israele, la cui potenza aveva vinto la morte e tratto dalla tomba i suoi prigionieri, piangeva. Non si trattava di un dolore passeggero, bensì di una profonda e irrefrenabile angoscia.

Gesù, pur sapendo dove lo avrebbero condotto i suoi* passi e vedesse schiudersi dinanzi a sé la scena del Getsemani, non piangeva per sé. Vedeva, a poca distanza, la porta delle pecore dalla quale per secoli erano passate le vittime destinate al sacrificio, e sapeva che essa si sarebbe aperta anche per lui, quando sarebbe stato condotto all'uccisione come un agnello (Isaia 53: 7). Poco lontano c'era il Calvario, luogo della crocifissione. Sul cammino che Cristo fra breve avrebbe percorso, si sarebbe abbattuto l'orrore delle più fitte tenebre allorché Egli avrebbe dato l'anima sua come offerta per il peccato. Eppure non era la visione di quelle scene che, in quell'ora di gioia generale, gettava un'ombra su di lui. Non era neppure il presagio della sua angoscia sovrumana ad adombrare il suo spirito altruistico. Gesu pliangeva sulle migliaia di abitanti di Gerusalemme votati alla morte per la cecità e per l'impenitenza di quanti Egli era venuto a beneficare e a salvare.

Davanti agli occhi di Gesù, ripassavano mille anni di storia contrassegnati dal particolare favore di Dio e dalla sua patema cura per il popolo eletto. Là, sul monte Moria, il figlio della promessa (Isacco) si era lasciato legare sull'altare senza opporre resistenza: emblema dell'offerta del Figliuolo di Dio. Là era stato confermato al padre dei credenti (Abrahamo) il patto di benedizione, la gloriosa promessa messianica (Genesi 22: 9, 16-18). Poco oltre, le fiamme del sacrificio che erano salite al cielo dall'aia di Ornam avevano distolto la spada dell'angelo sterminatore (1 Cronache 21), simbolo appropriato del sacrificio e della mediazione del Salvatore in favore degli uomini colpevoli. Gerusalemme era stata onorata da Dio al di sopra di qualunque altro luogo della terra. Il Signore aveva scelto Sion e l'aveva desiderata come sua dimora (Salmo 132: 13). In essa, per secoli, i profeti avevano dato i loro messaggi di avvertimento. In essa i sacerdoti avevano agitato i loro turiboli, mentre nubi d'incenso, con le preghiere degli adoratori, erano salite al cielo fino a Dio. In essa, ogni giorno, il sangue degli agnelli immolati era stato offerto quale preannuncio dell'Agnello di Dio. In essa Iddio aveva rivelato la sua presenza nella nuvola di gloria sopra il propiziatorio. In essa si era eretta la mistica scala che univa il cielo e la terra (Genesi 28: 12; Giovanni 1: 51), scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio e che schiudeva al mondo la via al santissimo per eccellenza. Se Israele, come nazione, fosse rimasto fedele al Signore, Gerusalemme sarebbe sussistita in eterno, eletta di Dio (Geremia 17: 21-25). Purtroppo, però, la storia di quel popolo favorito era piena di cadute e di ribellioni. Gli israeliti avevano resistito alla grazia del cielo, fatto un cattivo uso dei privilegi ricevuti e disprezzato le opportunità loro offerte.

Quantunque Israele si fosse beffato dei messaggeri di Dio, avesse disprezzato le sue parole e schernito i profeti (2 Cronache 36: 16), l'Eterno aveva continuato a essere « pietoso e misericordioso, lento all'ira e grande in benignità e verità » Esodo 34: 6 (D). Nonostante il reiterato rigetto da parte del popolo, la grazia divina aveva continuato a manifestarsi attraverso rinnovate esortazioni. Con un amore più -grande di quello di un padre per il figlio prediletto, Dio « mandò loro a più riprese degli ammonimenti, per mezzo dei suoi messaggeri, poiché voleva risparmiare il suo popolo e la sua propria dimora » 2 Cronache 36: 15. Quando le rimostranze, le esortazioni e i rimproveri risultarono vani, Egli non esitò a dare il miglior dono del cielo; anzi in quel dono Dio dava tutto il cielo.

Il Figliuolo di Dio in persona era venuto a esortare la città impenitente. Era stato Cristo a trarre fuori dall'Egitto Israele, simile a vite pregiata (Salmo 80: 8). Era stata la sua mano a scacciare le nazioni pagane davanti al suo popolo. Era stato Cristo a piantare la « vigna d'Israele » su una fertile collina. Era stata la sua vigile cura a ergere intorno ad essa una barriera di protezione. Erano stati i suoi servitori ad averne cura. « Che più si sarebbe potuto fare alla mia vigna », Egli esclamò, « di quello che io ho fatto per essa? » Isaia 5: 1-4. Mentre Egli si aspettava che facesse dell'uva, essa aveva fatto delle lambrusche; nondimeno, Dio nella ferma speranza di vederla portare frutto, era venuto nella sua vigna e aveva cercato di sottrarla alla distruzione. Dopo avere dissodato la terra che la circondava, la potò e, con sforzi incessanti, fece il possibile per conservare in vita la vigna da lui piantata.

Per tre anni il Signore della luce e della gloria visse in mezzo al suo popolo. Egli andò « attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo » Atti 10: 38. Guarii i contriti di cuore, proclamò la libertà ai prigionieri, rese la vista ai ciechi, l'uso delle membra ai paralitici, l'udito ai sordi; purificò i lebbrosi, risuscitò i morti e predicò l'Evangelo ai poveri (Luca 4: 18; Matteo 11: 5). A ogni categoria di persone, senza nessuna distinzione, fu rivolto l'invito: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo » Matteo 11: 28.

Pur essendo ricambiato con l'odio e l'ingratitudine (Salmo 109: 5), Egli, sorretto dall'amore, proseguì imperterrito nella sua missione di misericordia. Mai respinse chi cercava la sua grazia. Pellegrino senza tetto, avendo come retaggio la povertà e il disprezzo, Gesù visse per sopperire alle altrui necessità e per alleviare l'umana distretta, esortando gli uomini ad accettare il dono della vita. Le ondate di misericordia respinte dai cuori induriti, ritornavano con accresciuto vigore recando l'offerta di un amore ineffabile e sublime. Ma Israele si era allontanato dal suo migliore Amico, dal suo unico Aiuto. Gli appelli del suo amore furono disprezzati, i suoi consigli respinti, i suoi avvertimenti volti in ridicolo.

L'ora della speranza e del perdono scorreva rapidamente, mentre si andava colmando il calice dell'ira di Dio a lungo repressa. La nube che si era progressivamente addensata durante il lungo periodo di apostasia e di ribellione, era sul punto di esplodere su un popolo colpevole.

Colui che, solo, avrebbe potuto salvare Israele dal fato incombente, era stato schernito e stava per essere crocifisso. Quando Cristo sarebbe stato inchiodato sulla croce del Calvario, sarebbero finiti i giorni d'Israele come nazione favorita e benedetta da Dio. La perdita di una sola anima è una calamità che supera di gran lunga i guadagni e i tesori del mondo; ed ecco che mentre Gesù contemplava Gerusalemme, il fato di una intera città, di tutta una nazione si profilava dinanzi a lui: fato di una città e di una nazione che un tempo erano state il tesoro particolare di Dio.

1 profeti avevano pianto sull'apostasia d'Israele e sulle terribili devastazioni che il suo peccato avrebbe provocato. Geremia desiderava che i suoi occhi fossero una sorgente di lacrime per poter piangere giorno e notte l'uccisione della figliuola del suo popolo, per la greggia del Signore che stava per essere condotta in cattività (Geremia 9: 1; 13: 17). Perciò è facile intuire la tristezza di Colui che col suo sguardo profetico passava in rassegna non anni, ma secoli. Egli vedeva l'angelo sterminatore, con la sua spada snudata contro la città che era stata per tanto tempo la dimora dell'Altissimo. Dall'alto del monte degli Ulivi, luogo che più tardi fu occupato da Tito e dal suo esercito, Egli contemplava la valle; il suo sguardo si posava sui sacri recinti e sui portici e vedeva, con gli occhi pieni di lacrime, in una paurosa prospettiva, le mura circondate dagli eserciti nemici; udiva il passo cadenzato delle legioni in marcia verso la linea del combattimento, e le grida dei figli che, nella città assediata, chiedevano il pane alle proprie madri. Si raffigurava la sua santa e bella casa, con i suoi palazzi e le sue torri, in preda alle fiamme che avrebbero lasciato solo un cumulo di macerie fumanti.

Guardando attraverso i secoli, Cristo vedeva il popolo del patto disperso per ogni dove, simile ai relitti di un naufragio su una spiaggia deserta. Nella retribuzione temporale che stava per abbattersi sui suoi figli, Egli scorgeva solo il primo sorso di quell'amaro calice che nel giudìzio ultimo esso avrebbe dovuto bere fino all'ultima stilla. Con divina pietà, con intenso amore, Egli pronunciò le accorate parole: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! » Matteo 23: 37. Oh, se tu, nazione favorita sopra ogni altra, avessi conosciuto il tempo della tua visitazione e le cose che appartengono alla tua pace! lo ho trattenuto l'angelo giustiziere, ti ho invitata al pentimento, ma invano. Tu non ti sei limitata a respingere i miei servitori, i miei delegati, i miei profeti, Hai addirittura rigettato il Signore d'Israele, il tuo Redentore. Tu sola sei responsabile della tua distruzione. « Eppure non volete venire a me per aver la vita! » Giovanni 5: 40

Cristo vedeva in Gerusalemme un simbolo del mondo indurito nell'incredulità e nella ribellione; un mondo che si avviava verso il giudizio retributivo di Dio. Egli sentiva gravare sulla propria anima tutto il peso del dolore di un'umanità caduta, e questo gli strappava un grido di profonda amarezza. Vedeva le vicende del peccato messe in risalto dalle umane miserie, dalle lacrime e dal sangue. Il suo cuore si riempiva di. una infinita pietà verso gli afflitti e i sofferenti, e desiderava ardentemente risollevarli. Purtroppo, la sua potente mano non poteva respingere l'ondata dell'umano dolore, in quanto pochi cercavano l'unica Fonte di aiuto. Egli era pronto a esporre la sua anima alla morte per rendere possibile la loro salvezza, ma pochi sembravano disposti ad andare a lui per avere vita.

La Maestà del cielo in lacrime! Il Figlio dell'Iddio infinito era turbato nello spirito, oppresso dall'angoscia. La scena suscitava in cielo un vivo stupore in quanto rivelava l'immensa iniquità del peccato e dimostrava quanto fosse arduo, anche per una potenza infinita, salvare il colpevole dalle conseguenze della trasgressione della legge di Dio. Gesù, spingendo il suo sguardo verso l'ultima generazione umana, vide il mondo coinvolto in un 1 inganno simile a quello che aveva provocato la distruzione di Gerusalemme. Il grande peccato dei giudei era stato il loro rigetto del Cristo; il grande peccato del mondo cristiano sarebbe stato il rigetto della legge di Dio, base del suo governo sia in cielo che sulla terra. 1 precetti di Dio sarebbero stati disprezzati e annullati. Milioni di esseri, servi del peccato, schiavi di Satana, condannati a soffrire la morte seconda, avrebbero rifiutato di prestare ascolto alle parole di verità. Terribile cecità! Strana infatuazione!

Due giorni prima della Pasqua, dopo essersi allontanato per l'ultima volta dal tempio e avere denunciato l'ipocrisia dei capi giudei, Cristo si recò di nuovo con i suoi discepoli sul monte degli Ulivi e si sedette con loro sul pendio erboso che dominava la città. Ancora una volta Egli contemplò le mura di Gerusalemme, le sue torri, i suoi palazzi. Ancora una volta il suo sguardo si posò sul tempio che, nel suo smagliante splendore, simile a un diadema, coronava il sacro colle.

Mille anni prima, il Salmista aveva magnificato il favore di Dio verso Israele, nel fare del tempio la sua dimora. « E il suo tabernacolo in Salem, e la sua stanza in Sion ». « Egli elesse la tribù di Giuda; il monte di Sion, il quale egli ama. Ed edificò il suo santuario, a guisa di palazzi eccelsi » Salmo 76: 2; 78: 68, 69 (D). Il primo tempio era stato edificato durante il periodo della maggiore prosperità ísraelitica. Grandí quantità di materiali pregiati erano state raccolte da re Davide, mentre il progetto della costruzione era stato fatto su ispirazione divina. Salomone, il più saggio dei monarchi d'Israele, aveva completato il lavoro, e il tempio era risultato la costruzione più splendida che mai il mondo avesse visto. Eppure, tramite il profeta Aggeo, il Signore Iddio aveva dichiarato circa il secondo tempio: « La gloria di quest'ultima casa sarà più grande di quella della prima ». « Farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni affluiranno, ed io empirò di gloria questa casa, dice l'Eterno degli eserciti » Aggeo 2: 9, 7.

Dopo la distruzione per opera di Nebucadnetsar, il tempio fu riedificato circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, da un popolo che, dopo una lunga cattività, ritornava in un paese praticamente deserto e devastato. Vi erano, in seno al popolo, uomini anziani i quali, avendo conosciuto la gloria del tempio di Salomone, piansero quando furono gettate le fondamenta del nuovo edificio, tanto esso risultava inferiore al precedente. Il sentimento di tristezza di quei giorni è ben descritto dal profeta: « Chi è rimasto fra voi che abbia veduto questa casa nella sua prima gloria? E come la vedete adesso? Così com'è, non è essa come nulla agli occhi vostri? » Aggeo 2: 3; Esdra 3: 12. Fu f atta, allora, la promessa che la gloria della nuova casa sarebbe stata più grande di quella della prima.

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Il secondo tempio, pero, non uguagliava il primo quanto a magnificenza, né era stato oggetto dei segni della presenza divina tipici del primo tempio. La sua consacrazione non fu contrassegnata da nessuna manifestazione di potenza sovrannaturale, e nessuna nube di gloria venne a posarsi sul santuario appena eretto. Nessun fuoco scese dal cielo per consumare l'olocausto posto sull'altare. Lo « scechinà » non era più, nel luogo santissimo, in mezzo ai cherubini; non c'erano più né l'arca, né il propiziatorio, né le tavole della legge. Nessuna voce echeggiò dal cielo per far conoscere la volontà di Dio al sacerdote in attesa.

Per secoli, i giudei avevano cercato inutilmente di rendere: conto in che modo si sarebbe adempiuta la promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Aggeo. L'orgoglio e l'incredulità avevano annebbiato le loro menti in modo tale che essi non riuscivano a comprendere il significato delle parole profetiche. Il secondo tempio non fu onorato dalla nube della gloria di Dio, bensì dalla presenza vivente di Colui nel quale abitava corporalmente tutta la pienezza della deità: Dio manifestato in carne. Il « Desiderio di tutte le nazioni » era venuto effettivamente nel suo tempio quando l'Uomo di Nazaret insegnava e guariva nei sacri recinti. Per la presenza di Cristo, e in questa sola, il secondo tempio superò in gloria il primo. Ma Israele aveva respinto il dono del cielo. Con l'umile Maestro che quel giorno uscì dalle sue porte dorate, la gloria si era per sempre allontanata dal tempio. Si adempivano già le parole del Salvatore: « Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta » Matteo 23: 38 (D).

1 discepoli erano rimasti stupiti e sgomenti nell'udire la predizione di Cristo circa la distruzione del tempio, e vollero conoscere più a fondo il senso delle sue parole. Ricchezze, lavoro, abilità architettonica: tutto era stato profuso per oltre quarant'anni per assicurare tanto splendore. Erode il Grande aveva letteralmente dilapidato la ricchezza romana e il tesoro giudaico, senza contare i doni dell'imperatore del mondo che l'avevano arricchito ancora di più. Massicci blocchi di marmo bianco di dimensioni quasi favolose, mandati appositamente da Roma, formavano una parte della sua maestosa struttura. Su di essi i discepoli richiamarono l'attenzione del Maestro, dicendo: « Maestro, guarda che pietre e che edifizi! » Marco 13: l.

A queste parole Gesù solennemente rispose: « Io vi dico in verità:

Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata » Matteo 24: 2.

1 discepoli, allora, associarono il sovvertimento di Gerusalemme con gli eventi relativi alla venuta personale di Cristo, ammantatò di gloria temporale, per prendere possesso del trono dell'impero universale, punire gli ebrei impenitenti e infrangere il giogo dell'oppressore romano Poiché il Signore aveva loro detto che Egli sarebbe venuto di nuovo, essi collegarono la menzione del castigo di Gerusalemme con tale venuta. Raccolti intorno al Salvatore, sul monte degli Ulivi, chiesero: « Dicci, quando avverranno queste cose? e qual sarà il segno della tua venuta, e della fine del mondo? » Matteo 24: 3.

Il futuro fu misericordiosamente velato ai discepoli. Se essi, allora, avessero compreso perfettamente i due spaventosì fatti - le sofferenze e la morte del Redentore e la distruzione della città e del tempio sarebbero stati sopraffatti dall'orrore. Il Cristo, perciò, presentò loro un quadro degli eventi più sintomatici che si sarebbero verificati prima della fine dei tempi. Le sue parole, però, non furono del tutto capite; nondimeno il loro significato sarebbe stato svelato al suo popolo, quando questo avrebbe avuto bisogno delle direttive da lui impartite. La profezia di Gesù aveva due significati: mentre da un lato prediceva la distruzione di Gerusalemme, dall'altro preannunciava gli orrori dell'ultimo grande giorno.

Gesù indicò ai discepoli, che lo ascoltavano attenti, i castighi che si sarebbero abbattuti su Israele apostata, e la giustizia retributiva che sarebbe derivata dal rigetto del Messia e dalla sua crocifissione. Segni inconfondibili avrebbero preceduto quello spaventoso fato; ore tremende sarebbero sopraggiunte rapide e inattese. Il Salvatore così disse ai discepoli: « Quando dunque avrete veduta l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge pongavi mente), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggane ai monti » Matteo 24: 15, 16; Luca 21: 20, 2 l. Quando i labari romani sarebbero stati posti sul terreno sacro che si estendeva fuori le mura di Gerusalemme, i seguaci di Cristo avrebbero dovuto trovare salvezza nella fuga. Allorché sarebbero apparsi i segni premonitori, chi voleva fuggire non avrebbe dovuto indugiare. Per tutta la Giudea, come pure nella stessa città, il segnale della fuga doveva essere raccolto immediatamente. Chi si fosse trovato sul tetto della casa non doveva entrare in essa, neppure per mettere *in salvo i suoi tesori più preziosi; chi era a lavorare nei campi o nelle vigne, non avrebbe dovuto perder tempo per raccogliere i propri indumenti deposti a motivo della calura del giorno. Non si dovevano attardare per nessun motivo, perché in tal caso sarebbero stati coinvolti nella distruzione generale.

Sotto il regno di Erode il Grande, Gerusalemme era stata non solo molto abbellita, ma l'erezione di torri, mura e fortezze aveva aggiunto nuova forza alla sua già salda posizione strategica, rendendola apparentemente inespugnabile. Chi, allora, avesse predetto pubblicamente la sua distruzione, sarebbe stato -come Noè ai suoi tempi ' tacciato di folle allarmista. Cristo, però, aveva detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » Matteo 24: 35. A causa dei suoi peccati, l'ira si era andata accumulando contro Gerusalemme; la sua ostinata incredulità rendeva ormai sicuro il suo fato.

Per mezzo del profeta Michea, il Signore aveva dichiarato: « Deh! ascoltate, vi prego, o capi della casa di Giacobbe, e voi magistrati della casa d'Israele, che aborrite ciò ch'è giusto e pervertite tutto ciò ch'è retto, che edificate Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità! I suoi capi giudicano per dei presenti, i suoi sacerdoti insegnano per un salario, i suoi profeti fanno predizioni per danaro, e nondimeno s'appoggiano all'Eterno, e dicono: "L'Eterno, non è egli in mezzo a noi? non ci verrà addosso male alcuno!" » Michea 3: 9-1 l.

Queste parole descrivevano fedelmente i corrotti ed egoisti abitanti di Gerusalemme i quali, pur asserendo di osservare rigidamente i precetti della legge di Dio, ne trasgredivano tutti i princìpi. Essi odiavano Cristo, la cui purezza e santità mettevano a nudo la loro iniquità; anzi lo accusavano addirittura di essere lui la causa di tutte le calamità che si erano abbattute su di loro a motivo dei loro peccati. Sebbene sapessero che Egli era senza peccato, essi avevano. dichiarato che la sua morte era necessaria alla loro salvezza come nazione. I capi giudei dicevano: « Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i romani verranno e ci distruggeranno e città e nazione » Giovanni 11: 48. Essi pensavano che se Gesù fosse stato sacrificato, sarebbero potuti diventare ancora una 'volta una nazione forte e compatta. Fu così che contribuirono alla decisione del sommo sacerdote, secondo la quale era meglio che un uomo morisse, anziché far perire l'intera nazione.

Così i capi giudei avevano edificato « Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità » Michea 3: 10. Eppure, mentre uccidevano il loro Salvatore perché disapprovava i loro peccati, essi si stimavano tanto giusti da considerarsi il popolo eletto di Dio e da aspettare da parte del Signore la liberazione dai nemici. « Perciò, per cagion vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine, e il monte del tempio un'altura boscosa » Michea 3: 12.

Per circa quarant'anni, a partire dal momento in cui Gesù pronunciò il suo vaticinio su Gerusalemme, il Signore ritardò il suo castigo sopra la città e sopra la nazione. Meravigliosa fu la pazienza di Dio nei confronti di quanti avevano respinto il suo Vangelo e messo a morte il suo Figliuolo. La parabola del fico sterile rappresentava il comportamento dell'Altissimo verso il popolo giudeo. L'ordine' era stato dato: « Taglialo; perché sta lì a rendere improduttivo anche il terreno? » Luca 13: 7. Eppure la misericordia divina aveva atteso a lungo. Molti fra i giudei ignoravano ancora il carattere e l'opera di Cristo. 1 figli non avevano avuto l'opportunità di ricevere la luce che era stata disprezzata dai genitori. Dio voleva che la luce risplendesse su di essi per mezzo della predicazione degli apostoli e dei loro collaboratori. In tal modo essi avrebbero avuto l'occasione di costatare l'adempimento della profezia non solo nella nascita e nella vita di Cristo, ma anche nella sua morte e nella sua risurrezione. I figli non erano condannati per le colpe dei padri; ma una volta che avevano conosciuto la luce, se l'avessero respinta, sarebbero diventati anch'essi partecipi dei peccati dei genitori e, così, avrebbero fatto traboccare il calice della loro iniquità.

La grande sopportazione di Dio verso Gerusalemme valse solo a confermare i giudei nella loro ostinata impenitenza. Pieni di odio e di crudeltà nei riguardi dei discepoli di Gesù, essi respinsero l'ultima offerta della misericordia. Dio allora non li protesse più e rimosse da Satana e dai suoi angeli la sua potenza di controllo, sì che la nazione venne a trovarsi sotto il pieno controllo dei capi che si era scelti. Avendo schernito le profferte della grazia di Cristo che dava loro modo di poter resistere agli impulsi malefici, questi finirono con l'avere il sopravvento. Satana, allora, eccitò le più fiere e vili passioni dell'animo. Gli uomini non ragionavano più: agivano mossi dall'impulso e da un'ira cieca e violenta. Divennero addirittura satanici quanto a crudeltà. In seno alla famiglia e alla società, sia nelle classi elevate che in quelle basse, v'erano il sospetto, l'invidia, l'odio, la contesa, la ribellione e il delitto. Non c'era sicurezza in nessun posto: amici e parenti si tradivano a vicenda; i figli uccidevano ì genitori e i genitori i figli. I capi del popolo non riuscivano più ad autocontrollarsí, e le passioni, non più arginate, li rendevano tirannici. 1 giudei avevano accettato la falsa testimonianza per condannare l'innocente Figliuolo di Dio, e ora le false accuse mettevano in pericolo la loro stessa vita. Con il loro comportamento avevano ripetutamente detto: « Toglieteci d'innanzi agli occhi il Santo d'Israele! » Isaia 30: 11, e il loro desiderio veniva ora appagato. Il timore di Dio non li disturbava più. Satana stava alla testa della nazione, e le supreme autorità civili e religiose erano sotto il suo dominio.

I capi delle opposte fazioni talvolta si alleavano per depredare e torturare le loro povere vittime; quindi si scagliavano gli uni contro gli altri e si uccidevano senza pietà. Perfino la santità del tempio non riusciva a frenare la loro ferocia. Gli adoratori venivano trucidati dinanzi all'altare, e il santuario era contaminato dai cadaveri degli uccisi. Eppure, nella loro cieca e blasfema presunzione, gli istigatori di simili efferatezze dichiaravano pubblicamente di non temere che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, in quanto essa era la città di Dio. Per stabilire con maggiore saldezza la loro autorità, essi pagarono dei falsi profeti perché proclamassero, perfino quando le legioni romane assediavano il tempio, che il popolo doveva aspettarsi la liberazione da parte di Dio. Alla fine, intere moltitudini finirono col credere che l'Altissimo sarebbe intervenuto per distruggere i loro avversari. Ma Israele, purtroppo, aveva sprezzato la protezione divina e ora si trovava senza difesa. Infelice Gerusalemme! Straziata dalle lotte intestine, vedeva il sangue dei suoi figli, che si uccidevano a vicenda, arrossare le strade, mentre gli eserciti nemici battevano le sue fortificazioni e facevano strage dei suoi uomini di guerra.

Tutte le predizioni di Gesù relative alla distruzione di Gerusalemme si avveravano alla lettera, e i giudei vedevano l'esattezza delle parole di avvertimento: « Con la misura onde misurate, sarà misurato a voi » Matteo 7: 2.

Segni e prodigi apparvero quale preannuncio di disastri e di desolazione. In piena notte una luce irreale risplendé sul tempio e sull'altare. Sulle nubi del tramonto si videro i carri e i soldati schierati in battaglia. 1 sacerdoti che di notte ministravano nel tempio rimasero terrorizzati da rumori misteriosi: la terra tremava e una grande quantità di voci gridavano: « Andiamo via di qui! ». La grande porta orientale, così pesante che a fatica poteva essere chiusa da una ventina di uomini e che era assicurata da pesanti sbarre di ferro infisse nella pietra del pavimento, si aprì a mezzanotte senza opera di mani (Milman, The History of the Jews, libro 13).

Per sette anni un uomo percorse le strade di Gerusalemme annunciando i mali che stavano per abbattersi sulla città. Giorno e notte egli ripeteva: « Una voce dall'oriente! Una voce dall'occidente! Una voce dai quattro venti! Una voce contro Gerusalemme e contro il tempio! Una voce contro gli sposi e contro le spose! Una voce contro il popolo! » Ibidem. Arrestato e fustigato, non emise un solo lamento. Agli insulti e alle percosse, rispose: « Guai, guai a Gerusalemme! Guai ai suoi abitanti! ». Il suo grido di avvertimento finì solo quando egli morì nel corso dell'assedio da lui predetto.

Nella distruzione di Gerusalemme non perì neppure un cristiano. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli, e così tutti coloro che credettero nelle sue parole tennero conto del segno da lui predetto: « Quando vedrete Gerusalemme circondata d'eserciti », aveva detto Gesù, « sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano ai monti; e quelli che sono nella città, se ne partano » Luca 21: 20, 2 l. Dopo che i romani, al comando di Cestio, avevano circondato la città, inaspettatamente interruppero l'assedio, proprio quando tutto sembrava favorevole a un attacco a fondo. Gli assediati che cominciavano a disperare di poter resistere oltre, erano sul punto di arrendersi quando il generale romano fece ritirare le sue forze, senza nessun apparente motivo. Era la misericordia di Dio che dirigeva le cose per il bene dei suoi figli. Il segno preannunciato era stato così offerto ai cristiani in attesa, ed essi ebbero l'opportunità di seguire l'avvertimento dato dal Salvatore. Le cose andarono in modo tale che ne i giudei, né i romani ostacolarono minimamente la fuga dei cristiani. 1 giudei si lanciarono all'inseguimento delle forze romane in ritirata e così, mentre gli opposti eserciti erano impegnati in una furibonda mischia, i cristiani poterono abbandonare la città. In quel momento l'intera contrada era priva di nemici ì quali, altrimenti, avrebbero cercato di intervenire e di ostacolarli. Inoltre, durante l'assedio i giudei erano riuniti a Gerusalemme per la celebrazione della festa dei Tabernacolí, e questo permise ai cristiani dell'intera zona di andarsene indisturbati. Essi fuggirono verso un luogo sicuro: la cittadina di Pella, nella Perea, oltre il Giordano.

Le forze giudaiche lanciate all'inseguimento di Cestio e del suo esercito, piombarono sui romani con tanto impeto da minacciarne la distruzione totale. Fu con grande difficoltà che i romani riuscirono a sottrarvisi con la ritirata. 1 giudei non ebbero quasi nessuna perdita e rientrarono a Gerusalemme da trionfatori, portando i trofei della loro vittoria. Questo apparente successo, però, fu dannoso perché ispirò loro un tale spirito di ostinata resistenza ai romani che rapidamente determinò un male indicibile sulla città votata alla distruzione.

Terribili furono le calamità che si abbatterono su Gerusalemme, quando l'assedio fu ripreso da Tito. La città fu investita al tempo della Pasqua, quando milioni di giudei erano convenuti dentro le sue mura. Le scorte di viveri che, se accuratamente amministrate, sarebbero potute bastare agli abitanti per anni, erano andate distrutte in seguito alle gelosie e alle rappresaglie degli opposti partiti. Si finì, così, col conoscere tutto l'orrore della fame. Una misura di frumento si vendeva per un talento. Gli stimoli della fame erano così forti che gli uomini rosicchiavano il cuoio delle cinture, dei sandali e perfino degli scudi. Di notte, molti uscivano dalla città per andare a cogliere le erbe selvatiche che crescevano fuori delle mura. In tal modo non pochi giudei furono fatti prigionieri e uccisi dopo atroci torture. Spesso accadeva che quanti ritornavano da queste spedizioni notturne venivano aggrediti dai propri concittadini e depredati del frutto della rischiosa impresa. Le torture più inumane furono inflitte'da chi stava al potere per costringere a consegnare quelle modeste riserve di viveri che qualcuno era riuscito a occultare. Non di rado queste crudeltà erano perpetrate da uomini ben pasciuti i quali volevano unicamente accumulare una buona riserva per l'avvenire.

1 morti per fame o in seguito a epidemie furono migliaia. L'affetto naturale sembrava scomparso: i mariti derubavano le mogli e le mogli i mariti; i figli, a loro volta, giungevano financo a strappare il cibo dalla bocca dei genitori anziani. La domanda del profeta: « Una donna dimentica ella il bimbo che allatta? », trovava una risposta all'ombra delle mura della città. « Delle donne... hanno con le lor mani fatto cuocere i loro bambini, che han servito loro di cibo, nella ruina della figliuola del mio popolo » Isaia 49: 15; Lamentazioni 4: 10. Si adempieva di nuovo il vaticinio profetico dato quattordici secoli prima: « La donna più delicata e più molle tra voi, che per mollezza e delicatezza non si sarebbe attentata a posare la pianta del piede in terra, guarderà di mal occhio il marito che le riposa sul seno, il suo figliuolo e la sua figliuola, per non dar loro nulla... de' figliuoli che metterà al mondo, perché, mancando di tutto, se ne ciberà di nascosto, in mezzo all'assedio e alla penuria alla quale i nemici t'avranno ridotto in tutte le tue città » Deuteronomio 28: 56, 57.

1 capi romani cercarono di terrorizzare i giudei per costringerli allaresa. 1 prigionieri che resistevano venivano percossi, torturati e crocifissi sotto le mura della città. Ogni giorno, tali esecuzioni si contavano a centinaia. La cosa continuò fino a che, lungo la valle di Giosafat e sul Calvario ci furono tante croci che non c'era quasi più spazio per passarvi in mezzo. Si effettuava così, e in modo spaventoso, l'imprecazione pronunciata dal popolo dinanzi a Pilato: « Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli » Matteo 27: 25.

Tito, sconvolto alla vista di tutti questi mucchi di cadaveri che giacevano nella vallata intorno a Gerusalemme, avrebbe messo fine volentieri a tali orrori e risparmiato alla città una sorte crudele. Dall'alto del monte degli Ulivi egli contemplò estatico il meravigli-oso tempio, e diede ordine ai suoi uomini che non ne fosse toccata neppure una pietra. Prima di dare inizio all'attacco di quella fortezza, Tito rivolse un ultimo invito ai capi giudei, perché essi non lo costringessero a contaminare col sangue quel sacro luogo. Se essi fossero usciti di là, per combattere altrove, nessun romano avrebbe violato la santità del tempio. Giuseppe (Flavio) stesso, con un eloquente appello esortò i giudei alla resa e li invitò a salvarsi e a salvare la città e il sacro luogo di culto. In risposta, ebbe imprecazioni e frecce che cercavano di colpire quell'ultimo mediatore umano. 1 giudei avevano respinto le esortazioni del Figliuolo di Dio, e ora ogni altro invito non faceva che accrescere in loro la determinazione a resistere fino all'ultimo. Vani furono, pertanto, gli sforzi di Tito per salvare il tempio. Qualcuno più grande di lui aveva dichiarato che non sarebbe rimasta pietra sopra pietra.

La cieca ostinazione dei capi giudei e i tremendi crimini perpetrati nella città assediata, suscitarono l'orrore e l'indignazione dei romani. Tito alla fine, decise di prendere d'assalto il tempio, intenzionato, possibilmente, a salvaguardarlo dalla distruzione. 1 suoi ordini, però, non furono rispettati. Dopo che, calata la notte, egli si era ritirato sotto la sua tenda, i giudei fecero una sortita dal tempio contro i soldati romani. Nella foga della lotta, un soldato gettò una torcia accesa attraverso un'apertura del portico, e immediatamente le stanze adiacenti il tempio, rivestite di legno. di cedro, furono preda delle fiamme. Tito si precipitò sul posto, seguito dai suoi generali e dai legionari, e diede ordine ai soldati di spegnere l'incendio. Le sue parole non furono ascoltate. Nel loro furore i soldati si precipitarono nell'interno del recinto sacro e passarono a fil di spada quanti si erano rifugiati nelle stanze attigue al sacro luogo. Il sangue scorreva a fiotti, scendendo dai gradini. 1 giudei morivano a migliaia. Al di sopra del fragore della battaglia si udirono delle voci gridare: « Icabod! » - la gloria se n'è andata!

« Tito non riuscì a frenare l'ira dei suoi uomini. Penetrato nel tempio in compagnia degli ufficiali, osservò l'interno del sacro edificio e rimase colpito dal suo splendore. Siccome le fiamme non avevano ancora raggiunto il luogo santo, Tito fece un ultimo tentativo per salvarlo, invitando i soldati ad arrestare il progredire dell'incendio. Il centurione Liberale cercò di imporre l'ubbidienza, in questo assecondato dagli altri ufficiali, ma tutto fu vano: il senso dì rispetto verso l'imperatore fu sopraffatto dalla furibonda animosità contro i giudei, oltre che dall'eccitazione della battaglia e dalla sete di saccheggio. 1 soldati vedevano ovunque il luccichio dell'oro, reso ancor più rutilante dalla v ampa delle fiamme, e pensavano che nel santuario fossero accumulate incalcolabili ricchezze. Un soldato, senza essere visto da nessuno, gettò una torcia accesa attraverso una porta scardinata, e in un baleno l'intera costruzione divenne preda del fuoco. Il fumo accecante e denso costrinse gli ufficiali a ripiegare, e così il maestoso tempio fu abbandonato alla sua sorte.

« Se per i romani simile spettacolo era spaventoso, si immagini che cosa esso dovesse rappresentare per i giudei! La cima del colle che dominava la città fiammeggiava come il cratere di un vulcano. Gli edifici crollavano l'uno dopo l'altro con un fragore pauroso, ed erano inghiottiti dalla voragine ardente. 1 tetti di cedro sembravano altrettante lingue di fuoco; i pinnacoli scintillavano, simili a fasci di luce rossa; le torri emettevano lunghe volute di fumo e di fiamme. Le colline circostanti la città erano illuminate a giorno, mentre gruppi di persone, somiglianti a macchie scure, contemplavano sgomente i progressi della devastazione. Le mura e le parti più elevate della città brulicavano di volti, alcuni pallidi per l'angoscia della disperazione, altri animati da impotente sete di vendetta. Le grida dei soldati romani che si muovevano qua e là, e il lamento di chi periva preda delle fiamme, si univano al fragore della conflagrazione e al rombo tonante delle grosse travi che crollavano. Gli echi dei monti rimandavano e ripetevano gli urli della popolazione. Ovunque, le mura risuonavano di gemiti e di lamenti: uomini che morivano di fame, raccoglievano le loro ultime forze per emettere un estremo grido di angoscia e di desolazione.

« La strage che avveniva all'interno era più spaventosa dello spettacolo esterno. Uomini e donne, vecchi e giovani, insorti e sacerdoti, chi combatteva e chi implorava pietà, venivano trucidati in una indiscríminata carneficina. Siccome, poi, il numero degli uccisi era superiore a quello degli uccisori, i legionari romani per portare a termine la loro opera di sterminio erano costretti a calpestare mucchi di cadaveri >> Milman, The History of the Jews, libro 16.

Dopo la distruzione del tempio, l'intera città cadde nelle mani dei romani. 1 capi giudei avevano abbandonato le torri inespugnabili e Tito, nel trovarle deserte, le contemplò con meraviglia e dichiarò che era stato Dio a dargliele nelle mani, poiché nessun congegno bellico, per potente che fosse, avrebbe potuto determinare la conquista di quelle superbe fortificazioni. Città e tempio furono rasi al suolo, e la terra sulla quale sorgeva la casa sacra fu « arata come un campo » Geremia 26: 18. Nell'assedio e nella strage che ne seguì. perirono oltre un milione di persone. 1 sopravvissuti furono fatti prigionieri, venduti come schiavi, condotti a Roma per ornare il corteo trionfale del conquistatore, dati in pasto alle belve negli anfiteatri, dispersi come miseri pellegrini senza casa e senza tetto per tutta la terra.

1 giudei erano gli artefici dei propri ceppi: avevano, cioè, colmato il calice dell'ira. Nella totale distruzione che si abbatté su loro come nazione, come anche in tutte le calamità che seguirono la loro dispersione, essi non fecero che raccogliere la messe di quanto avevano seminato con le proprie mani. Dice il profeta: « t la tua perdizione, o I sraele... tu sei caduto per la tua iniquità » Osca 13: 9; 14: l. Le sofferenze d'Israele sono spesso presentate come un castigo abbattutosi sulla nazione in seguito a un decreto divino. t in questo modo che il grande seduttore cerca di nascondere la sua opera., Le cose, in realtà, non stanno così: con l'ostinato rigetto dell'amore e della misericordia di Dio, i giudei avevano provocato il ritiro da loro della protezione divina. Satana ebbe la possibilità di dominarli secondo la sua volontà. Le paurose crudeltà avvenute nella distruzione di Gerusalemme sono la dimostrazione del potere vendicativo di Satana su quanti si mettono sotto il suo controllo.

Noi, forse, non ci rendiamo conto di quanto dobbiamo essere grati a Cristo per la pace e la protezione di cui godiamo. t la potenza limitatrice di Dio che impedisce all'umanità di passare completamente sotto il giogo di Satana. I disubbidienti e gli ingrati debbono essere anch'essi riconoscenti all'Eterno per la misericordia e lo spirito di sopportazione di cui Egli dà prova, mettendo un freno al potere malefico del grande nemico delle anime. Però, quando gli uomini oltrepassano i limiti della divina sopportazione, questo freno viene rimosso. Dio non si erge dinanzi al peccatore come esecutore della sentenza emessa contro i trasgréssori: Egli abbandona a se stessi coloro che respingono la sua grazia, e cosi essi finiscono col raccogliere quanto hanno seminato. Ogni raggio di luce respinto, ogni avvertimento sprezzato o non preso in considerazione, ogni passione soddisfatta, ogni trasgressione della legge di Dio rappresentano altrettanto seme sparso, seme che darà inevitabilmente il suo frutto. Lo Spirito di Dio osteggiato costantemente, alla fine viene ritirato dal peccatore che, in tal modo, si trova sotto il pieno dominio delle passioni dell'anima e senza protezione contro le astuzie e l'inimicizia di Satana. La distruzione di Gerusalemme è un avvertimento tragico e solenne per tutti coloro che scherzano con i richiami della grazia divina e resistono agli inviti della misericordia di Dio. Mai era stata data una più chiara dimostrazione dell'odio di Dio per il peccato e dell'inevitabile punizione che si abbatterà sul colpevole.

La profezia del Salvatore relativa al castigo di Gerusalemme avrà un secondo adempimento, di cui quella terribile devastazione è solo una pallida immagine. Nella sorte della città eletta, noi possiamo vedere la condanna di un mondo che ha rigettato la misericordia di Dio e che ha calpestato la sua legge. Quanto sono tragici i resoconti della miseria umana della quale è stata testimone la terra nel corso di lunghi secoli di criminalità. Il -cuore freme e la mente viene meno dinanzi a siffatta costatazione. Terribili sono le conseguenze del rigetto dell'Autorità celeste. Eppure, le rivelazioni sul futuro offrono un quadro ancora più oscuro. La storia del passato -lunga teoria di sommosse, di conflitti, di sconvolgimenti, di guerre in cui « ... ogni calzatura... ogni mantello avvoltolato nel sangue, saran dati alle fiamme » Isaia 9: 4 - che cosa è in fondo se messa in confronto con i terrori di quel gran giorno in cui lo Spirito di Dio sarà rimosso e non terrà più a freno la manifestazione delle umane passioni e della rabbia di Satana? Allora il mondo vedrà, come mai prima, i risultati del suo governo.

In quel giorno, come accadde al tempo della distruzione di Gerusalemme, il popolo di Dio sarà salvato; salvato « chiunque... sarà iscritto tra i vivi » Isaia 4: 3. Cristo dichiarò che Egli verrà la seconda volta per raccogliere a sé gli eletti: « Manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall'un capo all'altro de' cieli » Matteo 24: 31. Coloro che, invece, non avranno ubbidito all'Evangelo, saranno consumati dallo spirito della sua bocca e distrutti dal fulgore della sua apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8). Come nell'antico Israele, gli empi si autodistruggono e cadono a cagione della loro inquítà. In seguito a una vita di peccato, essi si sono messi in disaccordo con Dio, e la loro natura è stata talmente degradata dal male che la manifestazione della gloria divina è per essi come un fuoco divorante.

Che gli uomini facciano attenzione e non trascurino la lezione insegnata dalle parole di Gesù. Allo stesso modo, come Egli avvertì i suoi discepoli della distruzione di Gerusalemme, dando loro un segno dell'avvicinarsi della rovina affinché potessero mettersi in salvo, così Egli ha avvertito il mondo della distruzione finale e ha fornito i segni premonitori del suo avvicinarsi, affinché chiunque vuole possa sottrarsí all'ira avvenire. Gesù ha detto: « E vi saranno de' segni nel sole, nella luna e nelle stelle; e sulla terra, angoscia delle nazioni » Luca 21: 25; Matteo 24: 29; Marco 13: 24-26; Apocalisse 6: 12-17. Quanti osservano questi segni della sua venuta sanno che Egli « è vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. « Vegliate dunque », sono le sue parole di ammonimento, « perché non sapete quando viene il padron di casa... » Marco 13: 35. Chi ascolta l'avvertimento non sara lasciato nelle tenebre, e quel giorno non lo troverà impreparato. Chi, invece, non veglia, si accorgerà che quel giorno verra per lui « come viene un ladro nella notte » 1 Tessalonicesi 5: 2-5.

Il mondo, oggi, non è più pronto a dar credito al messaggio per l'ora presente di quanto lo fossero i giudei a ricevere l'avvertimento del Salvatore relativo a Gerusalemme. Ad ogni modo, venga quando venga, il giorno di Dio sopraggiungerà inatteso per gli empi. Mentre la vita prosegue il suo corso abituale; mentre gli uomini sono assorbiti dal piacere, dagli affari, dal traffico, dalla sete di guadagno; mentre i capi religiosi esaltano i progressi e la luce del mondo; mentre la gente si culla in una fallace sicurezza, allora, come un ladro che in piena notte ruba nelle case incustodite, una inattesa e repentina distruzione si abbatterà sugli empi e sui noncuranti e « non scamperanno affatto » 1 Tessalonicesi 5: 3.

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